Centro Russia Ecumenica

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Articoli

Ultima modifica il Giovedì, 15 Maggio 2014 11:39

Visite: 1062

Il papa ha sempre avuto a cuore il tema dell'ecumenismo. Vi ha lavorato
incessantemente. Soffrendone e nello stesso tempo invocandolo attraverso
la presenza di Cristo, pescatore di anime. Perché la Comunione non può
mai dividere. Parla don Sergio Mercanzin, che ha fatto dell'Est e della Russia
in particolare il suo terreno di apostolato

di Angelo De Lorenzi

 

Don Sergio Mercanzin, veneto, è un sacerdote cattolico ed è presidente del Centro Russia Ecumenica, un centro di informazioni sul cristianesimo orientale nonché luogo d'incontro tra credenti e di dialogo ecumenico. Don Sergio  è diventato prete nel 1969 e per circa tre anni è rimasto nella sua diocesi originaria, a Padova. Poi la sua vita ebbe una svolta importante: “Conobbi un sacerdote slovacco, Paolo Hnilica, cha aveva bisogno di un segretario per la sua opera, la Pro Fratribus”.


Di che cosa si occupava quest'opera?
Si proponeva di fare luce sulla Chiesa del silenzio dell'Europa orientale. Io accettai l'incarico e per quattro anni svolsi attività di segretariato. Ci impegnammo in una grande attività di sensibilizzazione sul tema della persecuzione dei cristiani, organizzammo incontri, conferenze. Monsignor Hnilica mi ha letteralmente aperto gli occhi sulla realtà dell'Est. Mi consigliò anche di imparare il russo, perchè era il modo migliore per entrare in rapporto con le genti che abitano quelle regioni dell'Europa.

E lei che cosa fece?
Seguii il consiglio e imparai la lingua. Inoltre iniziai
a frequentare l'Istituto Pontificio Orientale, dove mi sono poi laureato in Scienze ecclesiastiche orientali. Ben presto l'Est, in particolare la Russia, è diventato il mio campo di apostolato. Poco dopo gli studi uni-versitari fondai a Roma il Centro Russia Ecumenica.

Perchè il centro porta questo nome?
Proprio perchè desideravamo intrattenere un rapporto ecumenico, in particolare nei confronti del mondo slavo di fede ortodossa. Sono un sacerdote cattolico, apostolico, romano e ho avuto il permesso
dalla Congregazione delle Chiese orientali di celebrare sia in rito latino sia in quello bizantino.

Ultima modifica il Lunedì, 22 Luglio 2013 13:29

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ITALIA ORTODOSSA, III-IV trimestre 2006

Intervista a p. Sergio Mercanzin.
di Mario Selvini

 

 

Aver ospitato il convegno "Il nuovo e il vecchio Adamo", organizzato da un’associazione ortodossa è per voi un’esperienza nuova?


Per fortuna qui di ortodossi ne sono venuti molti, anche a parlare, … specialmente dalla Russia. Quindi sono contentissimo quando posso ospitare degli ortodossi, perché dicono sempre cose estremamente interessanti, molto sentite e che fanno un mondo di bene.

Il dialogo che si è sviluppato in questo incontro, secondo lei, ha evidenziato una convergenza di speranza, in un certo senso di ritrovarci tutti nello stesso Adamo? È questa la strada che deve essere intrapresa per un dialogo serio, cioè quella del confronto, oppure ne intravede altre tra l’ortodossia e il cattolicesimo?


Secondo me le strade sono molte. Quella di mettere a confronto i diversi modi di pensare e di credere è una strada importante. Un altro metodo molto apprezzato è la Liturgia. Cioè partecipare alle Liturgie ortodosse fa solo bene a noi cattolici. Qualsiasi cattolico che partecipa alla Liturgia ortodossa capisce che c’è un altro modo di celebrare l’eucarestia che è bellissimo, tante volte più bello del nostro. Tutti costoro lo dicono … Un altro modo è di fare del bene, nella carità insieme fare le opere di carità … Un altro metodo è andare ospiti nei monasteri ortodossi. Ci sono tantissimi modi, che anzi sono cresciuti in numero e qualità in questi ultimi tempi, grazie a una maggiore possibilità di viaggiare, di capirsi, di conoscere le lingue. E chi oggi è venuto al convegno, secondo me, ha già un grande desiderio di unità.
E sarebbe bello , se questa sera, oltre a ciò che si è potuto fare, apparissero, non le differenze, ma la complementarietà fra il modo di vedere ortodosso e quello cattolico.

Nella sua esperienza, come viene accolto il Centro Russia Ecumenica dall’ortodossia presente in Italia?


Sia dall’ortodossia presente in Italia che da quella fuori, non abbiamo mai ricevuto critiche, ma solo elogi e ringraziamenti; gli ortodossi ci onorano con la loro amicizia, quindi per me è una cosa bella. Chi ci conosce sa che siamo sempre stati ecumenici. Non facciamo proselitismo, non riteniamo di essere cristiani migliori; abbiamo un grande anelito a una vera e autentica unità cristiana, che non è un’unità sotto il papa, ma un’unità di cristiani sotto il Cristo e con Cristo.

Ritornando alle origini della vostra fondazione, quale è lo spirito che vi ha spinto a rivolgervi ai Russi, cioè interloquire con l’ortodossia partendo dall’ortodossia russa?


Abbiamo cominciato nel 1976 facendo assistenza ai profughi dalla Russia che, all’epoca, erano in gran parte ebrei. Questo però ci ha fatto conoscere meglio la Russia, la sua spiritualità e il loro martirio: non dimentichiamo infatti che allora lì c’era una persecuzione pesantissima e questo ci ha aperto a tutti i valori dell’ortodossia. Poi da quella russa siamo passati in modo naturale all’ortodossia greca, romena, bulgara, etiopica ecc. Così adesso più che Russia Ecumenica potremmo chiamarci Oriente Cristiano.

Ormai da anni avete attivato una scuola di iconografia che ha dato ottimi risultati, lo si vede nelle vostre esposizioni. Questa per il vostro Centro è una seconda vocazione o è una natuale evoluzione dal primo incontro con l’ortodossia?


All’inizio, a  dire la verità, le riproduzioni delle icone erano una forma di autofinanziamento. Poi però abbiamo capito pian piano che l’icona è una cosa importantissima per tutto l’oriente. Abbiamo studiato la storia dell’icona, abbiamo visto l’iconoclasmo, abbiamo visto che grazie anche a questa eresia e quindi a tutte le lotte, l’Icona è diventata una cosa importantissima per l’oriente cristiano. Abbiamo allora intuito che era un modo per fare capire l’oriente cristiano all’occidente.

Un oggetto che si vede, che si può riprodurre, ma anche esporre in casa … e abbiamo visto che, nel giro di questi 30 anni, l’icona ha trionfato nel mondo cattolico: in tutti i centri di spiritualità, nelle chiese, nelle cappelle, ma anche nelle case; comprendendo sempre di più i cattolici che l’icona è preziosa per la Liturgia, per la devozione, per la spiritualità e naturalmente per la mistica, e quindi direi che l’icona ha veramente conquistato l’occidente e siamo felici che gli ortodossi, in gran parte, non siano gelosi di questo, ma siano invece felici che l’icona da realtà locale sia diventata mondiale!

Ultima modifica il Martedì, 04 Giugno 2013 14:48

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IL MESSAGGERO, 24 Febbraio 2008
di Paolo Mosca

 

Al 141 di Borgo Pio entri nella galleria ‘Il messaggio dell’icona’ (Centro Russia Ecumenica), e aspiri un dolce profumo di incenso. Decine di volti di Gesù con il libro della vita in mano, di Madonne: tutti con le bocche chiuse, gli occhi che ti guardano con tenerezza. “Nel nostro mondo di parolai, le icone ti invitano ad ascoltare, osservare, ma soprattutto a tacere, e riflettere. Sono opere di artisti russi, greci, etiopi: arrivano dall’Oriente Cristiano”.


Chi parla è don Sergio Mercanzin, 63 anni, dal ‘76 all’‘89 ha dato voce alla chiesa del silenzio, e dopo la caduta del muro di Berlino lavora per stringere i legami tra la chiesa cattolica del Papa e quella ortodossa dei patriarchi. “Me lo ripeteva sempre Giovanni Paolo II: per essere un buon cristiano devi respirare con due polmoni, uno orientale e uno occidentale”.


Ma che gavetta ha fatto per arrivare a Sua Santità? “Contro tutto e tutti. La mia famiglia è di Grisignano di Zocco, poche anime tra Vicenza e Padova. Papà Marcello lavorava alle fornaci, ma suonava il tamburello nella banda comunale. Mamma Maria tirava su con la polenta noi otto figli. Anche se era difficile campare, protestarono tutti quando partii per il seminario ancora ragazzino. Cinque anni a Thiene, otto a Padova. Appena sacerdote, il vescovo mi nominò vice parroco a Brusegana, nella periferia di Padova: là c’era il manicomio, e con i matti, tra i loro colpi di scena, mi sono fatto una corazza”.


Ma il vero colpo di scena per lei è stato arrivare a Roma. “Un amico sacerdote cercava un segretario per un vescovo del Vaticano, Paolo Hnilica, slovacco, che lavorava per la chiesa del silenzio. Ecco come nasce il mio centro per il messaggio delle icone”.


Torniamo all’elezione, nel ‘78, di un Papa dell’est. “Un miracolo. Polacco, di 58 anni, mi sembrava di sognare. Il mio centro intanto continuava ad aiutare tutti i profughi che arrivavano dalla Russia”. Giovanni Paolo II la riceveva spesso? “Quanti miracoli con l’aiuto del suo segretario, monsignor Stanislao. Ho portato in udienza da Wojtyla la moglie di Andrej Sacharov, premio Nobel per la Pace nel ‘75. ‘Volevo venire qui con mio marito’, disse lei al Papa. ‘Arriverà anche lui, abbia fede’, rispose lui. E pochi anni dopo Wojtyla abbracciava Sacharov. E così per lo scrittore Solgenitsin. Prima portai dal Papa il figlio, e poi lui in persona. Solgenitsin mi chiese di visitare la Cappella Sistina. Io conoscevo il portiere, Cesare, e lui ci aprì la Cappella, tutta per noi, dalle 7 alle 9 del mattino. Ricordo che l’autore dell’Arcipelago Gulag, stette seduto in un angolo tutto il tempo a prendere appunti e a piangere di felicità”.


Andò mai all’est col Papa? “Una volta lo incontrai in Bulgaria, invitato dai vescovi bulgari, tutti miei ex compagni di università del Pontificio Istituto Orientale. Quando invece andò a fare visita in Cecoslovacchia, cercava le lettere che il presidente Havel aveva scritto alla moglie, quand’era un prigioniero politico. La raccolta si intitolava ‘Lettere ad Olga’, ma non si trovava. Gliela procurai e lui mi ringraziò nel discorso di Praga”.


Viene molto pubblico alle sue manifestazioni? “Il pienone c’è sempre per padre Marco Rupnik: un artista che ha creato una cappella tutta in mosaico, Redemptoris Mater, proprio nell’appartamento di Wojtyla”.


Quando don Sergio lascia icone e libri, e torna a Grisignano, dice messa per 45 parenti: tra fratelli, nipoti, pronipoti e naturalmente la mamma.

Ultima modifica il Martedì, 04 Giugno 2013 14:46

Visite: 1075

 

PONTIFICIO ISTITUTO ORIENTALE, Roma 2000

 

RUSSIA ECUMENICA DI ROMA, CENTRO.


Fondato nel 1976 dai padri Nilo Cadonna e Sergio Mercanzin per assistere i profughi dall’URSS, ha dato risonanza al dissenso sovietico attraverso congressi internazionali, dal “Tribunale Sacharov” (1977) fino a “I credenti sotto Gorbacjov” (1989) e con interventi sui media italiani e stranieri.


Dalla fine del potere sovietico, è diventato sempre più centro di informazione sul cristianesimo orientale e luogo di incontri tra credenti dell’Est e dell’Ovest.


Promuove tra i cattolici occidentali la conoscenza della cristianità d’Oriente con cicli di conferenze su liturgia, spiritualità e iconografia e diffondendo le immagini sacre dell’Oriente cristiano, a servizio della liturgia, della spiritualità e della catechesi.


Responsabile: don Sergio Mercanzin.

Ultima modifica il Martedì, 04 Giugno 2013 14:48

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