Un dolce profumo di incenso - IL MESSAGGERO, 24 Febbraio 2008

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IL MESSAGGERO, 24 Febbraio 2008
di Paolo Mosca

 

Al 141 di Borgo Pio entri nella galleria ‘Il messaggio dell’icona’ (Centro Russia Ecumenica), e aspiri un dolce profumo di incenso. Decine di volti di Gesù con il libro della vita in mano, di Madonne: tutti con le bocche chiuse, gli occhi che ti guardano con tenerezza. “Nel nostro mondo di parolai, le icone ti invitano ad ascoltare, osservare, ma soprattutto a tacere, e riflettere. Sono opere di artisti russi, greci, etiopi: arrivano dall’Oriente Cristiano”.


Chi parla è don Sergio Mercanzin, 63 anni, dal ‘76 all’‘89 ha dato voce alla chiesa del silenzio, e dopo la caduta del muro di Berlino lavora per stringere i legami tra la chiesa cattolica del Papa e quella ortodossa dei patriarchi. “Me lo ripeteva sempre Giovanni Paolo II: per essere un buon cristiano devi respirare con due polmoni, uno orientale e uno occidentale”.


Ma che gavetta ha fatto per arrivare a Sua Santità? “Contro tutto e tutti. La mia famiglia è di Grisignano di Zocco, poche anime tra Vicenza e Padova. Papà Marcello lavorava alle fornaci, ma suonava il tamburello nella banda comunale. Mamma Maria tirava su con la polenta noi otto figli. Anche se era difficile campare, protestarono tutti quando partii per il seminario ancora ragazzino. Cinque anni a Thiene, otto a Padova. Appena sacerdote, il vescovo mi nominò vice parroco a Brusegana, nella periferia di Padova: là c’era il manicomio, e con i matti, tra i loro colpi di scena, mi sono fatto una corazza”.


Ma il vero colpo di scena per lei è stato arrivare a Roma. “Un amico sacerdote cercava un segretario per un vescovo del Vaticano, Paolo Hnilica, slovacco, che lavorava per la chiesa del silenzio. Ecco come nasce il mio centro per il messaggio delle icone”.


Torniamo all’elezione, nel ‘78, di un Papa dell’est. “Un miracolo. Polacco, di 58 anni, mi sembrava di sognare. Il mio centro intanto continuava ad aiutare tutti i profughi che arrivavano dalla Russia”. Giovanni Paolo II la riceveva spesso? “Quanti miracoli con l’aiuto del suo segretario, monsignor Stanislao. Ho portato in udienza da Wojtyla la moglie di Andrej Sacharov, premio Nobel per la Pace nel ‘75. ‘Volevo venire qui con mio marito’, disse lei al Papa. ‘Arriverà anche lui, abbia fede’, rispose lui. E pochi anni dopo Wojtyla abbracciava Sacharov. E così per lo scrittore Solgenitsin. Prima portai dal Papa il figlio, e poi lui in persona. Solgenitsin mi chiese di visitare la Cappella Sistina. Io conoscevo il portiere, Cesare, e lui ci aprì la Cappella, tutta per noi, dalle 7 alle 9 del mattino. Ricordo che l’autore dell’Arcipelago Gulag, stette seduto in un angolo tutto il tempo a prendere appunti e a piangere di felicità”.


Andò mai all’est col Papa? “Una volta lo incontrai in Bulgaria, invitato dai vescovi bulgari, tutti miei ex compagni di università del Pontificio Istituto Orientale. Quando invece andò a fare visita in Cecoslovacchia, cercava le lettere che il presidente Havel aveva scritto alla moglie, quand’era un prigioniero politico. La raccolta si intitolava ‘Lettere ad Olga’, ma non si trovava. Gliela procurai e lui mi ringraziò nel discorso di Praga”.


Viene molto pubblico alle sue manifestazioni? “Il pienone c’è sempre per padre Marco Rupnik: un artista che ha creato una cappella tutta in mosaico, Redemptoris Mater, proprio nell’appartamento di Wojtyla”.


Quando don Sergio lascia icone e libri, e torna a Grisignano, dice messa per 45 parenti: tra fratelli, nipoti, pronipoti e naturalmente la mamma.

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